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Storia e Storie

Maiori, Costiera amalfitana, pittura, arte

La pittura firmata da Giovanni da Gaeta tra Maiori e Cava de’ Tirreni

L'artista ha lavorato in un contesto gotico internazionale, seguendo il tema iconografico dell’Incoronazione della Vergine

Inserito da (Maria Abate), sabato 10 novembre 2018 15:24:44

Di Gerardo Pecci (tratto da "La Città di Salerno" in edicola il 22/10/2018)

La pittura del Quattrocento nel Regno di Napoli è sotto il segno della cultura figurativa gotica che, lasciata l'eredità di Giotto già dalla fine del secolo precedente, si orienta verso modi figurativi senesi e avignonesi e che sono evidenti nel primo venticinquennio del secolo. Nel 1442, Alfonso il Magnanimo conquistò il Regno di Napoli e le forme dell'arte subirono un'accelerazione in senso rinascimentale, con significativi influssi fiamminghi nel corso della seconda metà del secolo. In questo periodo, su basi artistiche tardogotiche, con la presenza di Pisanello e di Leonardo da Besozzo a Napoli, come ci informa Ferdinando Bologna, e il moto fiammingo rilevato già nel 1524 da Pietro Summonte, nella lettera al veneziano Marcantonio Michiel, si inserisce l'opera di un pittore importante, documentato tra il 1448 e il 1472.

Si tratta di Giovanni da Gaeta, la cui attività artistica fu scoperta da Federico Zeri nel 1950. La sua arte è stata poi studiata da diversi storici dell'arte. In provincia di Salerno il maestro è presente con due opere. La prima è conservata nel convento di San Francesco di Maiori ed è un trittico con una Incoronazione della Vergine con i santi Antonio da Padova e Bernardino da Siena, smembrato e poi ricomposto in due panelli con cornici di forma mistilinea, per poterli adattare alle cornici di stucco delle pareti in cui sono stati collocati. Purtroppo, non vi è più traccia di uno dei due pannelli laterali «sicuramente con due santi francescani (san Francesco e san Ludovico?)», come ci ricorda lo studioso Antonio Braca. La seconda opera è anch'essa un trittico raffigurante un'altra Incoronazione della Vergine tra San Michele Arcangelo a Cava de' Tirreni. L'opera fu segnalata dallo storico dell'arte Luigi G. Kalby, in uno studio del 1968 sui pittori Giovanni da Gaeta e Cristoforo Scacco. Allo stesso pittore è attribuito un precedente trittico, del 1456, con al centro sempre una Incoronazione della Vergine, affiancata lateralmente da due pannelli, uno con le figure delle sante Agata e Lucia e l'altro con le figure di Santa Margherita e di Santa Caterina. Oggi è conservato nel Museo Diocesano di Gaeta, ma proveniente dalla chiesa di Santa Lucia nella medesima località laziale.

Giovanni da Gaeta si muove in ambiti e filoni iconografici e stilistici che partono da un contesto legato al gotico internazionale e all'opera dei pittori Leonardo da Besozzo e Perinetto da Benevento, con uno sguardo poi al gotico iberico poiché si può «identificare nella cultura del maestro una componente valenzano-catalana indubbia», come ha autorevolmente precisato Ferdinando Bologna. Va altresì ricordato che nelle sue opere vi sono poi influenze pittoriche anche di area marchigiana, come ha ben visto Francesco Abbate. Le opere di Giovanni da Gaeta nel Salernitano sono databili tra la fine del sesto e il settimo decennio del XV secolo, come ha precisato lo storico dell'arte Antonio Braca. Non si dimentichi che l'iconografia della Incoronazione della Vergine attraversa tutta l'arte gotica, già a partire da Giotto, fino ad arrivare per esempio al Beato Angelico e oltre. E proprio tale tema iconografico è stato trattato dall'ancor anonimo Maestro dell'Incoronazione di Eboli, nel proprio dipinto conservato nel Museo Diocesano "San Matteo" di Salerno, ma proveniente dalla Chiesa di San Francesco a Eboli. Si tratta di un'opera contemporanea con le altre Incoronazioni della Madonna di Giovanni da Gaeta negli anni Sessanta del Quattrocento da cui trae forte ispirazione. In fondo si può dire, con Abbate, che a sud di Napoli i «due pittori orientati a condividere le scelte figurative di Giovanni da Gaeta» furono proprio il Maestro dell'Incoronazione di Eboli e Pavanino da Palermo.

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