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Storia e Storie

La fondazione di Amalfi secondo Matteo Camera, dalla Lucania alla Campania

Scritto da (mariaabate), venerdì 24 agosto 2018 15:45:34

Ultimo aggiornamento venerdì 24 agosto 2018 16:04:07

Di Maria Abate

«Non v’ha cosa che tanto arresti e confonda ad un tratto l’umano ingegno, quanto lo sviluppar le origini delle città. [...] Rimontando perciò a più remoti secoli, troviamo che gli uomini han sempre supposto che una decente mescolanza di prodigio e di favola rifletta un maestoso lume sopra l’origine delle grandi città». Così scrive Matteo Camera, storico, antiquario e numismatico amalfitano dell’Ottocento, nella sua "Istoria della città e costiera di Amalfi", pubblicata a Napoli nel 1836.

E passa quindi a raccontare le origini storiche della città di Amalfi, contro il mito che vede alla base della fondazione di Amalfi l’amore infranto tra Ercole e la ninfa (clicca qui per saperne di più). Amalfi, spiega, fu fondata da quei romani che vollero seguire l’imperatore Costantino nell’Impero Romano d’Oriente. Colpite da una tempesta, due navi romane riuscirono a salvarsi attraccando sulle coste di Ragusa, in Sicilia. Qui, i suoi occupanti, furono dapprima ospitati dai ragusani, ma poi furono sottoposti a varie congiure per il timore che il loro proliferare potesse rappresentare per gli indigeni una minaccia. Ecco allora che i romani decisero di partire e, fermatisi sulle spiagge della Lucania vicino Palinuro, fondarono lì la loro nuova città, che chiamarono Melfi dal nome del fiumiciattolo che vi scorreva. Nemmeno qui i Melfitani riuscirono a trovare pace: poco fortificata, la nuova città era sempre sottoposta agli attacchi dei barbari che saccheggiavano i suoi cittadini di ogni bene.

Dopo un breve soggiorno ad Eboli, i Melfitani si trasferirono sulla roccia che portava il nome di Cama, nell’entroterra di quella che oggi è la Costiera amalfitana. Qui, infatti, trovarono un riparo naturale dalle invasioni barbariche, grazie alle rocce che difendevano le abitazioni. Mano a mano gli abitanti presero ad abitare anche la zona costiera e ampliarono la città dandole il nome di Amalfi in ricordo dell’antica Melfi da essi fondata in Lucania. Ben presto la città si popolò di famiglie romane che fuggivano dall’Urbe messa a ferro e fuoco da Vandali e Goti. Ed ebbe fortuna commerciale, grazie alla bravura dei naviganti. Il resto, lo sappiamo già.

Di seguito, vi proponiamo il testo originale di Matteo Camera, che merita di essere letto per l’affascinante tecnica narrativa.

Non v’ha cosa che tanto arresti e confonda ad un tratto l’umano ingegno, quanto lo sviluppar le origini delle città. L’ignoranza e la superstizione ci han trasmesso una serie così intralciata di favole e di storie, che per isvolgerle e depurarle non bastan le più accurate fatiche che vogliansi durare.

In cotal guisa Plinio scorgendo la bella Italia da caliginosi principj avvolta, ebbe a dire: "nec situs, originesque persequi facile est". Rimontando perciò a più remoti secoli, troviamo che gli uomini han sempre supposto che una decente mescolanza di prodigio e di favola rifletta un maestoso lume sopra l’origine delle grandi città.

[…] L‘origine di Amalfi quasi si perde come quella della maggior parte delle altre città delle nostre regioni, nell'oscurità de’ tempi; ma la favola, che supplì ai mancamenti delle storiche conoscenze delle antiche città etrusche, greche e latine, ha saputo rimediare ad una tal perdita, somministrando sopra di essa invenzioni invece di veridici ragguagli. Ecco la ninfa Amalfi che cotanto giganteggia nella fantasia de’ poeti e degli storici! Difatti essi supposero che divenuto Ercole perduto amante di costei allorché ritornava vincitore dalle Spagne, soffermando il piede nella nostra costiera, pe’ ricevuti favori donato avesse a colei un pomo, e che sepolta in queste amene spiagge abbiane dato il nome. Noi per ridurre tali favolosi commenti al giusto lor valore ricorriamo alla più sensata e comune opinione tramandataci dai Cronisti sull'origine e fondazione di questa città, la quale fanno rimontare al IV secolo de’ tempi di Costantino.

Fondata ch’ebbe questo Principe una novella capitale sul Bosforo della Tracia vi richiamò colà la primaria nobiltà di Roma a lui devota. Cessato egli di vivere nell’anno 337 carico di vittorie e di corone, molte altre nobili famiglie di Roma cercarono trasferirsi nella fortunata metropoli d’oriente; quindi nel 339 (secondo le Cronache Amalfitane) imbarcatesi con le più ricche suppellettili sopra cinque navi si diressero per Costantinopoli. Colpite da improvvisa tempesta in sull’altura del mare Jonio, due di esse appena riuscirono campare dal fiero naufragio, e sbalzale dalle onde ne’ vicini lidi giunsero ad afferrare terra presso Ragusa in Dalmazia. È facile il supporre con quanta ospitalità e cortesia furono gl’infelici naufraghi in sulle prime accolti da’ Ragusei, che dichiaravansi altamente beneficiati dal popolo Romano; ma in appresso la restrizione de’ confini che lor prescrissero, e l’ubbidienza che del pari tributar doveano a coloro che per l’innanzi riguardati aveano come sudditi, divenne per essi un’idea poco consolante. Altronde i Ragusei invasi dal sospetto che questa colonia col crescere nel numero e facoltà si sarebbe resa facilmente altiera, despota e tiranna, si dettero a macchinar delle insidie contro i beni e la vita de’ loro ospiti. Così non potendo questi più a lungo sostenersi in mezzo alle congiure, si decisero ben presto di abbandonare per sempre quel luogo sconoscente.

Imbarcatisi eglino su navi Ragusee dopo aver percorso l’Adriatico si soffermarono in sulle spiagge della Lucania vicino Palinuro, che dal naufrago nocchiere il nome prese. Il bisogno di custodire le loro vite e sostanze, aggiunto all’avidità di fabbricare una città per loro stabilimento, determinò la Romana colonia di gittar colà le fondamenta d’una nuova città lungo un picciol fiume chiamato anticamente "Molpa" o "Melfi".

[…] Fondata adunque la città di Melfi che dal fiume il nome prese, vennero i suoi abitanti conosciuti sotto il nome di Melfitani. […]

Di corta durata fu il soggiorno de’ Melfitani nella città da essi colà fabricata; che per essere poco fortificata e troppo esposta alle barbariche irruzioni difendere ben non si potea. Quindi lasciata Malpa, o Melfi si condussero in Eboli vicino Salerno al riferir della Cronica Amalfitana: "Romani dimissa Melphi ad Provinciam Principatus pervenerunt usque Ebolum prope Salernum".

Lunga dimora fecero i Melfitani in Eboli, finchè annoiati dalla situazione del luogo, o per tema delle barbariche aggressioni, oppure per altre cagioni non ispiegate dai Cronisti, giunsero sotto miglior cielo a ricercate un più sicuro ricetto in queste coste inaccessibili e sconosciute de’ Picentini, e precisamente su quella alpestre roccia che di Cama il nome portava.

[…] Or la nostra Cama pare che fusse stata dagli antichi Picentini appellata in tal guisa, per essere tre le montagne superiori d'Amalfi come appiattata, occulta, invisibile, e quasi inviluppata nelle nubi. La nobile colonia Romana nell' arrivare su queste aspre montagne altro non vi rinvenne che poche capanne di pastori, reliquie de' dispersi Picentini, i quali ignoti menavano i loro dì all’ombra della solitudine e della quiete. Non fecero diversamente altri popoli dopo la declinazione del Romano Impero nella nuova irruzione de' popoli della Germania e dell‘Africa, e principalmente dopo le lunghe scorrerie de' Saraceni in più siti del nostro regno. Si rifuggirono essi ne' luoghi più alpestri fortificati dalla natura e dall'arte, onde più difficile riuscisse nell' essere devastati da' comuni nemici della società. Questa è la più verisimile origine di tante città e paesi sparsi e fabbricati sopra monti e scogli, che in gran numero veggonsi nel nostro regno.

Dopo di aver dato la Colonia Romana un novello aspetto alla faccia del luogo collo incivilimento, colle leggi e costumi; dopo essersi aumentata notabilmente la popolazione, il paese di Cama fu ampliato con superbi edilizi torri e muragli, non che teatro, terme ec. opere grandiose della Romana magnificenza. Ma non andò guari che questi avventurieri sdegnando essi l’aspra posizione del sito, e la sterilità del territorio fecero che di mano in mano spaziandosi scendessero nella valle inferiore, che poi in ricordarne della lasciata Malfa prese il nome di Amalfi. La speranza di rapida fortuna nel commercio di mare successivamente vi attirò nuovi abitatori. […]

Il desiderio di libertà, e quello di sottrarsi agl’incendj ed alle frequenti mutazioni di dominio sotto le varie barbariche persecuzioni che arsero la bella Italia indusse molte nobili famiglie romane ad espatriare e dimandare asilo e scampo a questa nostra costiera, al dir del Freccia e dell'Ammirato. Di fatti tali emigrazioni succedettero nell’anno 456 quando Genserico re de’ Vandali passò dall'Africa in Italia con poderoso esercito di 300 mila combattenti. Nell'anno 546 Totila re de' Goti dopo di aver presa e saccheggiata Roma, non lasciandovi che cinquecento abitanti quasi moribondi per fame, secondo narra Sigonio "de bello gotico", venendo nel nostro Regno menò seco quasi tutta la nobiltà romana, una parte della quale venne lasciata nelle campagne Napolitane, come scrisse Procopio, e secondo avvisò il sopraccitato Ammirato. Per cagion di queste guerre i nobili romani si rifuggirono nella riviera d'Amalfi, non altrimenti che que’ d‘Aquileia in alcune isolette dell'Adriatico nella laguna.

 

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