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Storia e Storie

Il culto di San Michele Arcangelo nel Ducato di Amalfi

Scritto da (mariaabate), sabato 29 settembre 2018 12:00:30

Ultimo aggiornamento sabato 29 settembre 2018 12:00:30

di Giuseppe Gargano

La Longobardìa Minor era, nell'Alto Medioevo, una vasta area dell'Italia meridionale, composta dai territori occupati dai longobardi sin dal VI-VII secolo: si trattava di buona parte della Campania, di alcune terre della Calabria e della Puglia. In quelle regioni si diffuse ben presto il culto per l'Arcangelo Michele, senz'altro introdotto dai bizantini ma accettato anche dai longobardi. Possiamo dire che bizantini e longobardi, molto spesso nemici e feroci antagonisti per il dominio del Meridione, trovarono un punto di convergenza nel comune culto per S. Michele. [...]

Anche nel Ducato di Amalfi il culto micaelico fu alquanto diffuso; tale dato conferma dal punto di vista religioso le relazioni strette di carattere politico esistenti tra amalfitani romanico-bizantini e longobardi salernitani.

Ad Atrani vi era la chiesa di S. Michele ai confini settentrionali del tessuto urbano, detta de Porta e documentata sin dal 1105; nata come eremo altomedievale, ha funzionato nei secoli moderni come cimitero. Poi nel 1062 Giovanni, discendente del comes Giovanni, capostipite dei Napolitano, dei Cappasanta e dei Platamone, fondò il monastero femminile benedettino di S. Michele ad Mare sulla spiaggia di Atrani; esso fu chiuso nel 1269 e le ultime monache rimaste passarono al cenobio di S. Maria Dominarum collocato sulla sovrastante collina.

A Scala esisteva la chiesa di S. Angelo de Petralena nel 1191.

Il centro amalfitano che ospitava il maggior numero di luoghi di culto micaelici era sicuramente Ravello. Lì, infatti, si contavano le chiese di S. Angelo del Toro (1231), S. Michele Arcangelo a Peperone (1096), S. Michele in Tirrinio (1033), S. Angelo de Ponticeto (1039). Ma le più rilevanti furono di certo la parrocchiale di Torello, che presenta tuttora un meraviglioso impianto del XII secolo con tre navate divise da colonne e capitelli di spoglio, e S. Angelo dell'Ospedale, accanto alla quale fu costruito il primo nosocomio del territorio amalfitano nel 1170.

Dopo Ravello segue Maiori con le chiese di S. Michele de Alliola (1060), presente in un villaggio scomparso sopra Cetara, S. Michele de Ponte Primaro (1343), S. Angelo de lu Tisitu (1252), S. Angelo de Pinello (1484). Vi era poi il monastero di S. Angelo di Vecite (1272).

Sui monti del ducato erano distribuiti altri luoghi di culto. Agerola presentava la chiesa di S. Angelo de Iubo nel 1306; Tramonti era interessata dalle chiese di S. Angelo de la Plancolella (1138), S. Michele di Paterno Maggiore (1423), S. Angelo di Paterno Minore (1326). Particolare importanza riveste la chiesa rupestre di S. Angelo de Gradu di Gete, attestata fin dal 1181, la quale conserva una pregevole architettura segnata da archi acuti e volte a crociera. Inoltre, sui monti confinanti col territorio cavese esisteva il monastero dei Ss. Maria e Michele in Duliaria (972).

Il centro urbano di Amalfi presentava le chiese di S. Michele a Capo di Croce (XI secolo) e S. Angelo de Intus Muro (1238), una delle nove parrocchiali cittadine, distrutta dalle tempeste del mare.

Nei casali occidentali della città di Amalfi si trovavano altre testimonianze cultuali: a Conca dei Marini era ubicata la chiesa di S. Angelo de Penna (1424); a Praiano una chiesa di S. Angelo (1132); a Vettica Maggiore una di S. Arcangelo (1416); a Pogerola la chiesa di S. Michele ad Ortello, fondata tra 1179 e 1181 dal mercante Orso Castallomata e impostata su di una pianta centrale di tipo armeno.

Concludiamo con la chiesa che ha ospitato una giornata di studio nel 2012: la parrocchiale di Vettica Minore. Essa sarebbe stata documentata per la prima volta, secondo lo storiografo amalfitano Matteo Camera, nel 1208, quando il suo patronato sarebbe appartenuto alla nobile stirpe dei de Comite Orso. Compare nelle fonti documentarie soltanto nel 1321 sotto l'intitolazione all'Arcangelo Michele; allora conteneva una cappella di proprietà di Marino Casanova. Una fonte cronachistica seicentesca sostiene che la chiesa fu fondata dalla famiglia Sarcaja di Conca, una stirpe di mercanti-navigatori che nel corso del XIV secolo fece ragguardevoli fortune economiche.

La presenza del culto micaelico a Vettica Minore e le corrispondenti testimonianze a Vettica Maggiore e a Vecite di Maiori possono essere spiegate dal fatto che queste tre realtà territoriali amalfitane erano luoghi di confine, cioè di accesso a configurazioni urbane meglio definite. Infatti, il toponimo Vettica potrebbe derivare dal latino vectigal, una tassa pagata per l'ingresso in città classiche e medievali.

L'interno di S. Michele di Vettica Minore è ad una sola navata, orientata regolarmente con l'altare principale verso est come moltissime chiese medievali, con quattro cappelle per lato e un'abside rettangolare voltata a botte lunettata. Essa ha subìto rinnovamenti e trasformazioni nel corso dei secoli. Si riconoscono elementi architettonici cinquecenteschi e una trasformazione tardo-settecentesca. È affiancata da un campanile formato da quattro ordini quadrati, sormontati da una calotta emisferica rivestita di embrici maiolicati. I colori di questi smalti ottocenteschi richiamano il verde dei terrazzamenti coltivati e delle selve scoscese, dei limoni penzolanti nel vuoto, del mare e del cielo di Vettica; colori pronti a delineare un luogo d'incanto e di paradiso glorificato dalla retorica domanda: Quis ut Deus?

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