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Gli scenari politici di fine ‘700 in Costa d’Amalfi: il ruolo di Tramonti nell'ascesa e caduta della “Republica”

Scritto da (mariaabate), giovedì 26 aprile 2018 19:25:29

Ultimo aggiornamento giovedì 26 aprile 2018 19:31:45

Mentre le truppe napoleoniche conquistavano e invadevano il Regno di Napoli costringendo il governo borbonico a rifugiarsi in Sicilia, «nelle valli di Tramonti si pensava a guadagnare il pane, lontani da certe evenienze e dal concitato succedersi degli eventi e al clima di grave incertezza, di preoccupazione, di sgomento montante caratteristico di quei giorni»*.

Ben presto, Don Ferdinando Torre e don Domenico Fiore di Cesa giunsero ad Amalfi per la democratizzazione della Città e dei luoghi vicini. Qui ebbe luogo una cerimonia intrisa di simbolismo e atta a celebrare la nascita della Repubblica: dispensate coccarde e bandiere, don Domenico Fiore fece cantare il Te Deum e portare in processione la Statua di S. Andrea, quindi incitò la folla a gridare «Viva la Libertà! Mora il Tiranno!», motto che presto si diffuse nei paesi vicini.

E, sull'esempio di Amalfi, anche a Tramonti, durante una riunione pubblica nella piazza di Polvica, fu formata una municipalità. A farne parte furono chiamati l'arciprete don Giuseppe Cardamone, il parroco di Polvica don Luigi Vollaro, i fratelli don Nicola e don Luigi Salzano, don Gaetano Santelia, don Michele e don Nicola Campanile, don Giacinto Fierro, don Pasquale Giordano e don Filippo Vicedomini. Durante una messa solenne nella chiesa di San Giovanni, fu benedetto l'Albero della Libertà che era stato sistemato accanto all'altare. Dopo la celebrazione dell'Eucaristia, l'albero fu portato all'esterno sulle note del Te Deum e piantato nella piazza. L'Albero - spiegò il parroco Vollaro alla gente - era il ringraziamento a Dio per aver cacciato «quel Tiranno saccheggiatore del Regno». Si racconta, però, che uno degli astanti «ebbe la sfrontatezza di chiedere in cosa consisteva questa Libertà, dal momento che si moriva di fame più di prima. Per tutta risposta il municipalista don Filippo Vicedomini, irritato per la domanda sarcastica, gli affibbiò un urtone in petto, che lo fece rotolare a terra, minacciandolo di fucilazione se non si fosse immediatamente allontanato dalla piazza».

A sostegno della neonata Repubblica Napoletana, i municipalisti fecero ampia opera di propaganda politica, disprezzando i Borbone e distruggendo le insegne reali, che, insieme a un'iscrizione scolpita nel marmo, campeggiavano sulla stessa piazza. Allo stesso tempo, quattro corrieri - Pasquale Apicella, Francesco Imperato, Luca Russo e Onofrio Gargiulo - minacciavano la fucilazione ai sostenitori della monarchia borbonica e promettevano somme di danaro a chi, invece, si fosse dichiarato apertamente per la Repubblica.

Nonostante ciò, alcuni tramontani presero a danneggiare «il simbolo dell'albero, che era stato detto ‘sacro' dalla propaganda repubblicana. Carmine Ferraro e suo figlio Domenico lo atterrarono una prima volta. Rialzato, fu abbattuto una seconda e una terza volta, nottetempo, da Gennaro Fierro. Fu allora deciso di disporre per la sua custodia, notte e giorno, la presenza d'una guardia armata composta da dodici persone, con soldo di venti grana giornaliere».

Guidati dal Ferraro, i sostenitori della dinastia borbonica, organizzati in un "esercito" di duecento persone, affrontarono i reparti francesi in quattro scontri per impedire loro di entrare nell'abitato di Tramonti. «Condannato a morte con i suoi figli da una commissione militare, il Ferraro, i suoi quattro figli e i suoi massisti si unirono con il capomassa cetarese don Crescenzo Autuori. Uniti assalirono Cava, Castellammare, Scafati e, ricongiunti alle masse di Calabresi guidate dal Cardinale Fabrizio Ruffo, furono tra i primi ad entrare in Napoli il 13 giugno 1799, dopo la vittoria al Ponte della Maddalena. Il rapido prevalere delle forze guidate dal cardinale Fabrizio Ruffo e il successivo crollo della Repubblica Napoletana permisero presto ai vecchi quadri legati al lealismo borbonico di tornare alla guida della cosa pubblica».

«La crisi del 1799 segnerà, in maniera profonda, la società locale e le contraddizioni e le tensioni serpeggianti al suo interno troveranno un loro sbocco nei primi anni dell'occupazione militare francese, attraverso l'esplodere di focolai di brigantaggio che colpiranno in particolare i ricchi possidenti di Tramonti con taglieggiamenti e omicidi».

*tutte le citazioni sono di Crescenzo Paolo Di Martino, tratte dal capitolo "Immagini del quotidiano tra Sei e Settecento" del volume "Tramonti, la Terra Operosa", pubblicato nel 2008 dal Centro di Cultura e Storia Amalfitana

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